La dietista Ileana Gervasi ci parla di nutrizione pediatrica

Primo appuntamento della rubrica “Mai sole”, uno spazio che ho deciso di inserire nel mio blog “Una mamma per reporter” per dare risposte ai dubbi delle famiglie (non solo mamme, ma anche parenti e amici). Troppo spesso, soprattutto online, si trovano infatti informazioni errate che tendono ad aumentare le preoccupazioni invece di rasserenare.
 
Oggi parliamo di alimentazione pediatrica con la dietista Ileana Gervasi.
 
Da mamma di un bimbo selettivo alimentare mi sono trovata varie volte a dover dare spiegazioni (Perché non mangia?/ Hai allattato troppo/ Hai provato con i cibi a forma di animaletti e colorati?/ Etc.).
 
Ho capito ormai che ogni bambino è diverso e la cosa più sbagliata risulta fare confronti perché ognuno ha i propri punti di forza e difficoltà in quello che è il mestiere più emozionante, ma anche più complesso del mondo.

 

1) Latte vaccino o latte crescita/proseguimento dopo l’anno di età: cos’è meglio? La domanda nasce perché il latte vaccino potrebbe essere un “booster” per la crescita, ma c’è il rischio di sovraccaricare il sistema?

 Non esiste meglio o peggio in assoluto, va più che altro affrontato un discorso che riguarda le quantità consumate. Come suggerito nel capitolo sull’apporto proteico nel documento redatto dalla Sipps, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (https://www.sipps.it/pdf/home/10azioni.pdf) si consiglia di non eccedere oltre i 500 ml con il latte di crescita, quantità che si dimezza se viene invece utilizzato il latte vaccino (fresco e intero). Più che di un “sovraccarico del sistema”, la limitazione è data dal fatto che i primi anni sono un periodo fondamentale per lo sviluppo del quantitativo di cellule adipose che poi ci accompagnerà per tutta la vita. Un eccesso proteico è proprio uno di quei fattori che stimola la nascita di nuove cellule adipose. Un consumo nelle quantità raccomandate è, in questo senso, utile per il mantenimento di un adeguato peso corporeo in infanzia, ma anche in età adulta. Inoltre, se si eccede con il latte, il bambino risulterà già sazio con quello e non avrà interesse a sperimentare altri cibi. 

2) Il passaggio dal cibo liquido ai pezzetti fa un po’ paura alle mamme e ai papà. Quali strategie e consigli per affrontare il cambiamento senza trasmettere i propri timori ai figli? 

 Lo svezzamento è una tappa fondamentale che il bambino raggiunge spontaneamente e, se messo nelle condizioni favorevoli, può essere un bellissimo momento di scoperta, di crescita e di unione per tutta la famiglia. Il mio consiglio è di documentarsi per tempo, per poter interiorizzare quali sono i concetti base e poi, con calma, farli propri. Il bambino deve essere attore protagonista del suo svezzamento, ma anche la mamma e il papà hanno bisogno di accogliere e abituarsi a questo grande cambiamento. A oggi sono disponibili davvero tanti corsi online, possibilità di consulenze specifiche, libri e blog sul tema; la cosa importante è affidarsi a professionisti che parlino con cognizione di causa. 

3) Cibi allergizzanti: c’è un timing da seguire per l’inserimento?

Come indicato anche dalle linee guida del Ministero della Salute (https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2520_allegato.pdf), ad oggi i cronoinserimenti vengono riconosciuti come obsoleti e non necessari. Non è più importante, quindi, aggiungere nell’alimentazione alcuni cibi in base ai mesi di vita del bambino, come se con la crescita si sbloccassero vari livelli. Ciò non significa che in un solo pasto o in una giornata sia consigliato inserire tutto, inizialmente si procede con gradualità e buon senso. In particolare, se in famiglia mamma e papà hanno delle allergie alimentari è bene che ne discutano con il pediatra che potrà consigliare come meglio inserire quell’alimento. A volte si potrebbe decidere di fare una piccola introduzione dell’alimento “incriminato” proprio come prima cosa, per valutare la reazione. Non è vero, come si credeva un tempo, che ritardare l’assunzione di un determinato alimento ne aumenti la tolleranza. È importante, però, che prima dei 4 mesi e mezzo il bambino non compia assaggi di nessun tipo, il latte – materno o formulato – sarà per lui sufficiente. Quando il bambino manifesta segnali di esser pronto, tipicamente intorno ai 6 mesi, potrà iniziare lo svezzamento. 

4) Come proporre un cibo nuovo?

Durante lo svezzamento gli accorgimenti importanti sono quelli che riguardano l’adeguatezza nutrizionale (cioè il cibo proposto deve essere adeguato all’età del bambino) e la sicurezza (cioè la consistenza e la modalità di presentazione del cibo devono essere adeguate a garantire la prevenzione del rischio di soffocamento). 

5) Quando sono utili i piatti divisi a scomparti?

I piatti divisi a scomparti vanno molto di moda ultimamente sui social. Ho fatto anche una diretta sul tema, si può visionare la registrazione sul mio profilo Instagram. A inizio svezzamento, a dir la verità, non sono particolarmente importanti; il bambino deve avere la possibilità di guardare il cibo, conoscerlo senza distrazioni visive e raggiungerlo il più facilmente possibile: il vassoio del seggiolone o una tovaglietta in silicone sono più che sufficienti. Crescendo familiarizza con posate e stoviglie e, di conseguenza, anche con il piatto. Per quanto riguarda quelli a scomparti sono molto comodi per poter offrire più portate e pietanze diverse in una sola volta, ma non bisogna abusarne: perché dare sempre il rimando che il cibo deve essere separato e non si può mescolare? Questo piatto può essere una delle modalità di presentazione del cibo, ma io consiglio sempre di fare in modo che non sia l’unica. Lo trovo invece molto più utile e funzionale quando si ha a che fare con un bambino di 2-3-4 anni in piena fase Neofobia o selettività alimentare, perché in una sola volta si possono proporre diversi alimenti, senza che si “contaminino” tra loro. 

6) Come rendere tollerabile un cibo che il bambino non sopporta?

Questa è una domanda da un milione di dollari, che richiederebbe una risposta molto approfondita (ho scritto un eBook a riguardo che si chiama proprio “Mamma, voglio la pasta in bianco!”). Innanzitutto dobbiamo sapere che è normale se al bambino qualche cibo non è gradito, come per gli adulti del resto, e che i bambini intorno ai 2 anni affrontano la fase della neofobia, cioè una fase di diffidenza verso il cibo. Per renderlo più gradito la regola numero uno è non escluderlo dall’alimentazione del bambino e della famiglia: studi mostrano come siano necessarie fino a 15 esposizioni ripetute di uno stesso alimento perché il bambino si sbilanci ad assaggiare. Quando un cibo non piace non dobbiamo subito trarre la conclusione che non piaccia davvero. Riproponendolo, sempre senza insistenze, diventerà familiare e magari il bambino sarà curioso d’assaggiarlo. 

7) Il bambino esprime se stesso anche con il cibo. Se non mangia qualcosa è corretto fornire un’alternativa?

A mio avviso no, perché si perde il messaggio che la famiglia condivide un unico menù e perché implicitamente rafforza l’idea che l’alimento rifiutato davvero non è buono mentre l’alternativa è più buona, altrimenti non sarebbe un’alternativa. Quando sappiamo che al bambino una cosa non piace possiamo offrirla INSIEME a qualcosa d’altro che magari mangia volentieri. In questo modo non ci sarà, ad esempio, il risotto agli spinaci O la pasta al pomodoro, ma il risotto agli spinaci E delle bruschette di pane (o altro che possa sopperire al risotto che probabilmente non verrà mangiato in quantità sufficiente a raggiungere la sazietà). 

8) La selettività alimentare si supera con gli anni?

 La selettività alimentare insorge maggiormente nei primi 3 anni di vita ed è normale, fisiologico e funzionale che sia così. Tende a risolversi spontaneamente intorno ai 6 anni, soprattutto se negli anni precedenti si è saputo come far fronte a questo comportamento senza che si siano instaurate lotte di potere o momenti spiacevoli intorno al cibo. Il rapporto con il cibo, a mio avviso, deve essere sempre messo al primo posto. 

9) Perché un bimbo non vuole mangiare cibi colorati?

Questa constatazione è proprio vera! Per un bambino è più facile accettare di mangiare cibi dal colore neutro. Se ci pensiamo bene, tutti gli alimenti bianchi o giallo-bruni (come formaggi, pane, pasta, dolci, …) hanno consistenze simili e sapori più neutri o dolci rispetto agli alimenti più colorati, come frutta e verdura. Questo è uno dei motivi per cui è più facile accettare un nuovo biscotto che una nuova verdure. Si tratta di un comportamento correlato alla già citata neofobia: la reticenza ad assaggiare cose nuove si manifesta soprattutto per quelle cose che in natura non si presentano sempre uguali. Oggi può sembrare una sciocchezza, ma ha un suo valore evolutivo, basti pensare a cosa significava nei tempi antichi non farsi problemi a mangiare una bacca o un’erba non conosciuta. Essere diffidenti poteva fare la differenza tra la vita e la morte.

10) Cosa fare quando un bambino non mangia verdura?

Mai forzare un bambino a mangiare qualcosa che non gradisce. Questo è fondamentale, il clima di rispetto e fiducia reciproca non deve venire meno a tavola. Si può procedere esponendo il bambino alla presenza di varietà durante i pasti, per fare in modo che il fatto di scartare qualche verdura non dia il via a un circolo vizioso che porti a consumare sempre le solite quattro cose e nient’altro. Ricordando l’importanza delle ripetute esposizioni, si può iniziare coinvolgendo il bambino nelle piccole cose come la spesa o la preparazione di alcune ricette che prevedano verdure, per esempio. Bisogna partire da ciò che tollera e poi procedere un passo alla volta, rispettando i suoi tempi ma senza fermarsi, fino ad accorciare le distanze tra lui e il cibo rifiutato. Possiamo chiedere al bambino di grattugiare una zucchina, sbucciare una carota, o anche di giocare ad indovinare a occhi chiusi di cosa si tratta, sfruttando altri canali come il tatto o l’olfatto. Un broccolo può diventare un bosco di alberi da sradicare, lessare, schiacciare ed impastare con della farina per crearci degli gnocchi, ad esempio. Non dobbiamo dimenticare che la via preferenziale per l’apprendimento per un bambino è il gioco e quindi l’esperienza diretta. Lo stesso vale anche con l’alimentazione. I bambini poi hanno una diffidenza innata per i sapori amari, che vanno imparati a tollerare un po’ alla volta. Utilizzare ricette e modalità di presentazione che tengano conto di ciò può essere la chiave.

11) Se un bimbo cresce bene, ma inizialmente mangiava solo carboidrati o cibi secchi e ora, a cinque anni, ama la cotoletta, ci possono essere ripercussioni alla lunga?

Senza dubbio uno dei motivi per cui si interviene in una rieducazione alimentare del bambino selettivo e della sua famiglia è anche per consentire al bambino di consumare un’ampia gamma di alimenti, cosa fondamentale per un organismo in crescita. Per sapere se realmente ci sono deficit o carenze è necessario il consulto con un pediatra che visitando il bambino può fare una valutazione sul suo stato di salute e, se necessario, prescrivere le analisi utili a valutare meglio. Anche un dietista esperto in alimentazione pediatrica può essere utile; attraverso le informazioni raccolte potrà infatti valutare l’adeguatezza dell’alimentazione. Quindi, per rispondere alla domanda, se l’alimentazione del bambino per tanto tempo si limita a pochissimi alimenti sì, c’è il rischio che si possa incorrere in carenze e ciò va valutato da un esperto. 

12) Incitare il bambino a mangiare di più è un errore?

Sì, soprattutto se viene fatto spesso. Perché un bambino dovrebbe mangiare più di ciò che si sente di mangiare? Il nostro compito di genitori è di offrire al bambino alimenti adeguati alla loro età e ai loro fabbisogni e aiutarli a supportare la loro naturale capacità di autoregolazione. I bambini non mangiano ogni giorno le stesse quantità di cibo, a volte piluccano appena, altre chiedono il bis ed è necessario sapere che si tratta di un comportamento assolutamente normale. A patto, però, che l’offerta alimentare sia consona e che si insegni una corretta routine dei pasti. Autoregolarsi non vuol dire, infatti, libertà di mangiare quel che si vuole a tutte le ore. 

13) Come fronteggiare i ricordi di cibi che hanno provocato malessere?

Con tanta pazienza ed esposizione graduale. Se la questione inficia molto l’adeguatezza della dieta o se influenza molto la gestione dell’alimentazione è bene parlarne con figure competenti. 

14) Più il menù è condiviso meglio è, ma se il bambino è selettivo?

Condividere lo stesso menù in famiglia quanto più possibile è sicuramente utile, oltre che parte di una buona educazione alimentare. Se il bambino è selettivo a maggior ragione questa esposizione costante alla varietà alimentare lo aiuterà, esposizione dopo esposizione, a familiarizzare anche con alimenti che magari non avrebbe mai preso in considerazione. Sapendo quali sono gli alimenti che rifiuterà di mangiare si può giocare d’anticipo prevedendo nel pasto almeno una o due portate o ricette che al bambino piacciono e a cui potrà attingere senza particolari problemi. 

15) Risulta possibile il rifiuto di un cibo da un giorno all’altro?

Sì, è possibile. A maggior ragione non dobbiamo pensare che il rifiuto voglia sempre dire “questo cibo non mi piace” e quindi diventa importante continuare a proporlo, senza mai forzare l’assaggio. 

16) La mamma ha adottato un mix di svezzamento tradizionale con pappe all’inizio, e autosvezzamento in cui il bimbo poteva prendere con le mani i cibi che voleva (tagliati comunque in pezzi). Adesso però si trova con un bimbo di due anni che spesso, mentre mangia, pasticcia con le mani, gioca con il cibo, lo butta per terra, fa travasi col bicchiere rovesciando acqua nel piatto, etc. La mamma ha il dubbio che questo sia dovuto anche all’autosvezzamento, alla pratica di prendere il cibo con le mani, è possibile? Come si può fare per trasmettere il messaggio che con il cibo non si gioca? La mamma ha provato varie strategie (fargli fare i travasi in altri momenti, spiegargli che il cibo si mangia, etc.), ma nulla sembra funzionare. Non crede sia nemmeno dovuto al fatto che non abbia più fame, perché a volte lo fa anche all’inizio del pasto.

Maneggiare il cibo con le mani è fondamentale! La mano è proprio lo strumento dell’apprendimento: tramite la manipolazione il bambino in fase di svezzamento esplora il cibo, (sente se è caldo o freddo, se morbido o duro, eccetera), fino a farsi un’idea di ciò che percepirà portandolo in bocca. Toccare con le mani consente poi di non mettere distanza tra se stessi e il cibo  ed è quindi un bene che la mamma lo abbia concesso e abbia fatto il regalo al suo bambino di non aver protratto troppo a lungo uno svezzamento fatto solo di pappe dalla stessa consistenza, che limitano l’esperienza sensoriale e l’apprendimento rispetto al cibo. Ora che il bambino è più grande può imparare a usare le posate e, pian piano, apprendere le regole di come ci si comporta a tavola. Alcune cose si possono tollerare eventualmente, per esempio l’intingere il cibo nel bicchiere, tipico dei bambini di questa età o lo sporcarsi le mani e la bocca. Altre, come il lanciare il cibo, possono chiaramente non essere tollerate. Si può, per esempio, proporre una piccola quantità di cibo per volta (invece di un piatto di fusilli, proporre due o tre fusilli alla volta, per esempio, e aggiungere a richiesta). Generalmente quando iniziano a giocare con il cibo in questa maniera iniziano anche ad essere sazi e a perdere interesse in ciò che hanno nel piatto. Se la situazione persiste si può anche far capire al bambino che quel determinato comportamento non è ammesso, per esempio dicendo che “il cibo deve rimanere sopra il tavolo” e allontanare il piatto per far capire che se il comportamento continua il cibo viene tolto. 

17) Cosa bisogna fare quando il bambino si alza da tavola perché è stufo e i genitori stanno ancora mangiando?

Bisogna contestualizzare in base all’età del bambino, dalla mia esperienza con le famiglie devo dire che spesso si hanno aspettative irrealistiche. Per i bambini piccoli fermarsi a mangiare è una perdita di tempo, una volta che sono abbastanza sazi da non sentire più la fame si annoiano a tavola e hanno voglia di tornare alle loro cose, soprattutto se non sono coinvolti in ciò che succede. Se il bambino ha mangiato con calma ed è sazio a mio avviso non c’è motivo per cui trattenerlo a tavola ulteriormente, anzi, gli adulti hanno finalmente un momento per parlarsi con calma.

18) Quando il bambino può mangiare cibi fritti (senza esagerare)? 

Non conosco indicazioni precise in merito, ma si segue il buon senso. Gli alimenti fritti comportano un lavoro di digestione più lungo e laborioso, non sono quindi indicati nei piccolissimi. Successivamente vanno valutate tre cose: la quantità, la frequenza e la qualità del fritto. Molto diverso risulta proporre un fritto fatto in casa, con olio di oliva, con l’accortezza di friggere alimenti dalla grandezza simile fino al momento giusto, evitando il punto di fumo dell’olio e scolando bene l’eccesso. Ecco quindi che un assaggio saltuario di verdure in pastella fatto in casa e come si deve, per esempio, non può avere la stessa valenza di una porzione di patatine prefritte o fritte da fast food o bancarelle. Adeguatezza nutrizionale e buon senso sempre.

Per ulteriori informazioni sull’argomento nutrizione pediatrica potete seguire Ileana Gervasi su Instagram:
 
@mamma.insegnami.a.mangiare
 
 
Nel prossimo appuntamento ci confronteremo sul tema gravidanza e primi mesi di vita del bambino con un’ostetrica. A presto!
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