Nutrito di eroina, vivo per amore: la storia di Gabriele Grosso

Primi giorni di maggio. Mi capita sotto gli occhi, per caso, uno status di un ragazzo che mi aveva chiesto l’amicizia su Facebook qualche tempo prima. Un post di quelli che ti colpiscono come un pugno per il dolore misto alla tenerezza e per l’umanità, uno dei più belli che abbia mai letto qui. Penso che quel ragazzo, che si chiama Gabriele Grosso, debba scrivere un libro e glielo dico anche, credo sentiremo parlare di lui. Lui ha qualcosa da raccontare. C’è tanta vita e poca banalità in tutto ciò che condivide. Gabriele deve, in primo luogo, raccontare e raccontarsi, senza paura, da solo, perché solamente il suo stile, il suo modo di ricordare gli avvenimenti potrebbe rendere giustizia ai ricordi. Queste sono le domande che ho deciso di porgli per il mio blog “Una mamma per reporter” e le sue risposte. Ciò che voglio continuare a veicolare sono storie di persone come lui, che hanno saputo trovare un motivo di crescita nelle tragedie e nelle cadute, per riemergere dal buio senza smettere di amare la vita.

1. Gabriele è un giovane ragazzo dalle tante esperienze e dai tanti nomi. C’è un prima e un dopo nel tuo percorso. Cosa ti fa dire, ad oggi, che ami la vita?

Ho toccato il fondo. Ho provato una tristezza profonda e la paura di non farcela. Ho visto nero per anni, non sorridevo più. Tanti traumi: la morte di mio padre e la malattia di mia madre hanno annientato la mia serenità. Sono diventato un ribelle, un delinquente…ma poi l’incontro con 47 cani da slitta nel periodo più buio della mia vita mi ha riacceso, mi ha fatto sentire amato di nuovo. Mi trascinavo, non respiravo vita, per un periodo volevo farla finita. Fra quei 47 cani l’incontro con Lusin, la mia Husky, la mia migliore amica, la mia nuova vita.

2. “Io nella sua pancia. Mi chiedo spesso se ogni tanto mi accarezzasse. Vivevo dentro di lei, invece di nutrirmi di cibo mi nutriva di eroina”. 

Hai condiviso sui social la storia di tua madre non nascondendo che fosse eroinomane e si prostituisse, ma evidenziando, al tempo stesso, quanto avesse bisogno d’amore. Amare un genitore quando sbaglia, quando ti abbandona per una dose, senza giudicarlo, stando vicino fino alla fine: questo il tuo messaggio. Hai definito tua madre una persona fragile: di cosa avrebbero bisogno gli uomini e le donne come lei?

Sono vivo per miracolo. Mia madre mentre era incinta ha avuto un’overdose. In più la malattia, come tanti tossicodipendenti.

Ha contratto il virus dell’HIV. Sono persone fragili, ho saputo perdonarla. Oggi è viva, in un letto di una clinica privata; la malattia la sta uccidendo lentamente, giorno dopo giorno. È distesa su quel letto da otto anni. Non parla più, l’unica cosa che fa è mangiare attraverso una sonda. Ha piaghe da decubito ovunque. Vederla mi fa soffrire, ma anche amarla a dismisura. Merita tutto l’affetto che le è mancato e che l’ha portata a cercare una salvezza nel mondo della droga.

Le persone come mia madre vanno amate, in maniera incondizionata, bisogna far vedere loro il bello della vita, le opportunità, la gioia di vivere. Bisogna essere pazienti e costanti ed esserci nei loro momenti più bui.

Un abbraccio, una carezza e un bacio sulla fronte sono qualcosa che queste persone hanno dimenticato.

“Io ci sono, eccomi! Affrontiamolo insieme”.

Per loro è una frase sconosciuta.

3. Non hai mai conosciuto tuo padre. È morto molto giovane, era uno spacciatore. A 13 anni hai scoperto di essere stato adottato. Quanto è stato destabilizzante conoscere le tue radici?

Mio padre, a causa di reati, è dovuto scappare dalla Sardegna. In Friuli Venezia Giulia è arrivato per caso. Inizialmente ha iniziato con qualche furto per poi passare a delle rapine, infine ha trovato la “miniera d’oro” ovvero lo spaccio della droga finché ha iniziato a drogarsi, quasi per caso. Prima la cocaina, poi l’eroina. Una breve vita di cui tanto tempo, a sprazzi, in carcere. Una mattina, all’età di 35 anni, è stato trovato morto. Non si è mai indagato sulla cosa e nemmeno mi importa…ho comunque capito, attraverso la sua vita, che droga significa morte.

Destabilizzante, è vero; dopo la scoperta delle mie origini sono entrato in una crisi profonda. 

Oggi combatto per le mie idee, i miei ideali. Vivo in una comunità che tanti anni fa ha accolto ragazzi in cura per droga. Nei convegni parlo di quanto tutto ciò faccia male, porto la mia esperienza, con semplicità, la mia vita e la mia famiglia. 

4. Nel mio ultimo libro “Doma la grande onda” parlo di come sia facile, nella nostra società, sentirsi sopraffatti da ciò che ci accade intorno. In che momento della tua vita hai dovuto affrontare la tua grande onda? Come l’hai domata?

La mia grande onda non è stata la serie di sbagli che ho commesso nella vita ma la piccola popolarità di quando ho deciso di pubblicare la mia storia.

Domare la grande onda è per me riflessione. Prima di ogni convegno, di ogni conferenza, mi chiudo in una stanza e guardo la foto dei miei genitori. Rifletto e so che devo parlare di loro e con loro. Se fossero vivi, perché mia madre, per quanto lo sia, non ha più una mente funzionante, so che sarebbero felici di me, delle mie scelte, di chi cerco di essere oggi, con semplicità e tanto amore. Non voglio che le mie conferenze siano show, ma attimi di condivisione e di riflessione interiore. Se solo un ragazzo, attraverso la mia storia, entra in una sorta di crisi interiore, di metamorfosi, io in quel luogo, cioè nella sua anima, ho vinto, ho dato un senso alla mia storia. Così facendo mi sembra di ridare la vita a papà .

5. “Non ho mai aperto un libro in vita mia. Oggi a 31 anni studio ogni notte, dopo lavoro. Sono molto stanco ma la cultura è la base della legalità”: che significa per te poter studiare?

Ho cinque bocciature alle spalle, due ritiri da scuola e due espulsioni. Non ero uno stinco di santo, anzi. Pensavo che studiare fosse un obbligo, non un piacere importante per ognuno di noi.

Quello di sapere, di essere informato, di conoscere le cose e poter trarre delle conclusioni grazie ai nostri ragionamenti.

Tra le tante cose che faccio nella vita, ho ideato un programma radiofonico che si intitola “L’amore per il mio Stivale”.

Parlo di mafia e legalità. Di resurrezione di chi ce l’ha fatta nei paesi invasi dalle mafie. Intervistandoli ho capito quanto la malavita allunghi facilmente i suoi tentacoli dove coesistono fragilità e ignoranza. Studiare, studiare, studiare. Questa è l’unica via di salvezza per queste persone.

Come sai, i più grandi affari economici delle mafie sono la vendita di droga e lo sfruttamento della prostituzione.

6. Hai praticato basket in carrozzina, cosa ti è rimasto di quell’esperienza a contatto con la disabilità? Perché questa scelta?

Il basket in carrozzina è nato per caso. Alle scuole superiori, come vicino di banco, avevo un ragazzino disabile. Per difenderlo da un atto di bullismo venni espulso da scuola. Lo incontrai anni dopo, era demoralizzato, sapevo praticasse basket in carrozzina, ma non ci voleva più andare. Mi autoinvitai a un suo allenamento. Mi sedetti su una carrozzina, mi passarono una palla da basket e da quella volta mi sono seduto altre centinaia di volte.

Su una carrozzina, alla loro stessa altezza, occhi negli occhi, ho capito tante cose come l’immensa  forza che hanno questi ragazzi…ho imparato davvero tanto da loro.

7. “È morto in una chiesa, ha avuto un’overdose, addosso indossava il mio cappellino, è morto piangendo. Andai al funerale, lo vidi morto, rimasi con lui fino alla sepoltura. Fu il primo amico che persi per droga”. Sono queste le parole che hai dedicato al tuo amico Giuliano. La vita e la morte. La dipendenza. Cos’hanno rappresentato per te gli anni di ribellione? È stato quel momento a cambiare il corso degli eventi?

La sua morte mi ha scombussolato.

Un’overdose, a 17 anni. Lo sentii pochi giorni prima di morire. Il suo grido d’aiuto non lo dimenticherò mai. Abitavamo a 700 km di distanza. Quando scappai per andare ad aiutarlo venni fermato in treno, ero senza biglietto e privo di documenti. Mi rispedirono nella comunità in cui sono cresciuto. La sua morte mi ha provocato una profonda crisi. Avevo già perso così mio padre, fu una sconfitta che mi lacerò il cuore. Ancora oggi ci sto male, ma la trasformo in forza. La ribellione, nel mio caso, è stata quasi naturale. So di diversi ragazzi che, con una storia simile alla mia, si ritrovano a scontare molti anni di carcere. Più che ribellione io volevo essere come mio padre, un duro, uno spacciatore…uno di cui la gente aveva paura. Soldi, donne, macchine: questo volevo essere. Questo fu mio padre per un periodo della vita. So, però, per certo che è morto solo, triste e distrutto dalla vita.

8. Di giorno panini e una cooperativa, d’inverno la tua fedele Lusin e i cani da slitta. Cosa vorrebbe fare Gabriele da grande?

Già. E faccio pure buoni panini, così dicono. Di giorno, invece, lavoro con i ragazzi seguiti dal Centro di Salute Mentale in un laboratorio. Solo Dio sa quanta forza e quanti insegnamenti mi trasmettono questi ragazzi cosi fragili, ma così belli ai miei occhi. Ora sto studiando inglese, vorrei trasferirmi con i cani da slitta nel Nord Europa per qualche anno, per poi tornare in Italia e creare un centro di cani da slitta dove dare una nuova vita e lavoro ai ragazzi fragili. Per me i cani sono stati terapia, salvezza, lo saranno di certo per tanti altri. Sai quanto vale un bacio dato da un cane? Ti salva.

9. Che ricordo hai della tua esperienza da volontario alla mensa dei poveri di Parma?

Stupenda. Un amico che la gestiva mi invitò a fare un’esperienza. Seguite la sua storia, si chiama Simone, anche la sua è sorprendente. In quella mensa ho conosciuto storie incredibili. Ricordo Altero, un ex campione di boxe finito sul lastrico per investimenti sbagliati. A 70 anni mi insegnò a boxare a patto che io, poi, lo ascoltassi. Ci ho passato pomeriggi interi, lo ricordo con un sorriso. Ora lui è in cielo, pronto a tirarmi qualche pugno da lassù qualora dovessi riprendere una strada sbagliata.

10. Fusine è diventata per te una seconda casa, il luogo dove sei a contatto con la tua anima. Cosa apprezzi di più della solitudine? Ti è capitato di sentirti diverso dai tuoi coetanei o di essere trattato da diverso?

La gente mi ha creduto pazzo. Facevo il buttafuori, avevo un bello stipendio, donne e amici.

Lasciai tutto per trasferirmi nel paese più freddo d’Italia. Solo, io e me stesso. E basta. Ero abituato a feste, droghe e sesso facile.

L’età media del posto è molto alta. Non volevo contatti con nessuno. Avevo bisogno di estremo silenzio e neve. Avevo bisogno di analizzarmi, di capirmi, di iniziare ad ascoltarmi sinceramente. In città hanno riso di me, mi chiamavano il San Francesco friulano. Ti assicuro che il silenzio e la natura di quei luoghi sono stati la mia salvezza e ci sono ancora periodi della mia vita durante l’anno in cui ho un estremo bisogno di tuffarmi in questo silenzio. Solo lì trovo la pace interiore. Lì riesco a ricaricarmi, a fare una piccola analisi su come sto e riprendere le mie attività a Udine. Fusine è essenza della mia vita. Oggi la gente mi ha capito.

11. Come si trova una persona come te, che ha scavato nel profondo di se stesso e ha dovuto curare le proprie ferite, in una società in cui l’apparenza conta così tanto, soprattutto sui social?

Non è facile. A Fusine ho conosciuto diverse persone del mondo che hanno avuto bisogno di disintossicarsi dalla realtà del giorno d’oggi per ritrovarsi. Un ragazzo canadese che, da direttore di banca, ha mollato tutto per girare il mondo in bici. Che storia la sua! È vero, i social sono apparenza, si pubblicano solo foto di aperitivi, viaggi e feste. Poi, però, ci sono persone come me che provano a usarli per arrivare al cuore delle persone.

12. Dai tuoi racconti emerge un profondo amore per tutti coloro che hanno fallito. L’amore e il rispetto per chi perde sono cose assai rare. Cosa rende speciali queste persone? 

La loro sensibilità. Nel senso che sono persone che soffrono più degli altri, ma sanno dare più di tutti e quasi mai chiedono qualcosa indietro. Voglio immergermi in queste storie di vita profonda. Il resto per me è superficiale. Rinascere, come una fenice, più forte e più gioioso di prima. Con la voglia di riprovarci con tutte le forze.

Cosa c’è di più bello ai nostri occhi?

13. Ci sono giovani (e non) che, purtroppo, non reggono il peso del giudizio o di ciò che accade loro. Tu hai conosciuto la morte, il dolore e il buio più profondo, che messaggio ti senti di dare?

Ho perso un amico ammazzato in una rissa a causa di un giudizio sbagliato. Quello che voglio dirvi è una semplice frase che mi regalò un anziano fraticello in un vaporetto a Venezia. Diceva testualmente così:

“Bella la vita perché è un dono”.

14. Chiudiamo con la domanda fissa del blog: cos’è per te l’entusiasmo?

La voglia di vivere, di farcela con i nostri mezzi. La curiosità di andare oltre, di provarci e riprovarci. Sorridere appena svegli e un respiro profondo allo specchio in camera la sera dicendoci che oggi ce l’abbiamo messa tutta. W la vita!

Grazie Gabriele e alla prossima storia sul blog!

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2 commenti su “Nutrito di eroina, vivo per amore: la storia di Gabriele Grosso”

  1. È una bellissima storia toccante , con molti insegnamenti colma di amore dolore tenerezza coraggio e molto altro, bravo Gabri ti ho conosciuto in un contesto scolastico 13 anni fa e sei rimasto nella mia mente per i tuoi discorsi e racconti .

  2. Nicola Lesa

    Gabriele è un bravo ragazzo, e sicuramente nel mio piccolo di quel che posso, può sempre contare su di me.

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