Valerio Boni (associazione VaBe’): emozioni ed empatia al servizio degli altri

Valerio Boni (associazione VaBe’): emozioni ed empatia al servizio degli altri

Cammino col sole sul viso, in questo pomeriggio di gennaio, mentre costeggio il Tevere fermandomi, di tanto in tanto, ad osservare i riflessi della luce sull’acqua e le persone che corrono.

Sono la stessa bambina che guarda il mondo con gli occhi grandi e si stupisce di tanta bellezza, a volte celata, altre così manifesta. La bellezza non sfugge mai ad occhi attenti.

Ho imparato a non filtrare le emozioni. Le emozioni sono l’unica cosa di cui non bisogna vergognarsi e quindi le lascio sgorgare. Ho imparato a prolungare il ricordo degli attimi, quelli che mi fanno stare bene.

Sto imparando a guardare ogni cosa che mi accade sotto un’altra luce o, meglio, alla luce.

Nulla può spaventare se lo si guarda alla luce. Ogni cellula del nostro corpo ha bisogno di emozioni per vivere, ma molti di noi le cercano in grandi “scatole della felicità” eterna. Dimenticando che felicità è un attimo vissuto intensamente. Ed è anche guardare la tua città del cuore, poterla guardare immaginandosi come dev’essere viverci, com’era viverci tanti, tantissimi anni fa, quando degli uomini hanno creato quella meraviglia.

Perché l’uomo ha in sé del divino quando si mette al servizio di una causa importante.

Ho conosciuto Valerio da poche ore, abbiamo mangiato un panino aspettando Francesca, anche lei impegnata nel sociale e poi siamo andati a recuperarla alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.

Per me è tutto nuovo. Ogni volta che vengo a Roma, pur sostandovi il tempo di un’intervista per il mio blog, mi accorgo di avere gli stessi occhi grandi di bambina stupita da ciò che la circonda.

Il povero Valerio si sorbisce venti minuti di commenti su quanto sia fortunato a poter scoprire ogni giorno un vicolo, uno scorcio di quella realtà per me nuova.

Che sono solo l’incipit di 40 minuti abbondanti di intervista senza tagli. Non ce la faccio a tagliare le interviste, almeno non subito, mi pare di togliere un po’ di spontaneità, una percentuale di libero fluire dei pensieri, ma è quello che fa emergere la persona con cui mi rapporto.

Mi piace fare sentire “a casa” le persone, di modo che non percepiscano più la presenza del microfono e della telecamera e si lascino andare completamente.

Ho imparato che, per raggiungere l’obiettivo di cogliere la genuinità, incidono tantissimo alcuni fattori.

Faccio un esempio: a me irrigidisce molto il tono di alcune persone al telefono. Interrogatorio, scocciato. “Intant bundì!”, mi verrebbe da rispondere. Al contrario, sono naturalmente accogliente e disponibile verso coloro i quali hanno un tono di voce dolce, caldo, ringraziano oppure sorridono al telefono. Ecco, adoro chi sorride al telefono.

Quando lo fanno, sento di aver raggiunto il mio piccolo risultato. Ognuno ha i propri problemi, ma la mia filosofia di vita è: “Non conosco i tuoi casini, ma ti saluto e ti sorrido”. Perché tutti meritano un sorriso. Di quelli veri, non farlocchi che si riconoscono lontano un miglio, s’intende.

Ma torniamo a noi. Valerio, oltre a seguire molte associazioni e ad essere super attivo nel sociale, si occupa anche di formazione con il padre. Un “utopista”, lo definisce. La definizione mi piace, lo sono sempre stata anche io.

Mi racconta di quando la maestra delle elementari, come voto, gli diede “benino”. “Che voto è benino?Uno sprone?”, mi chiede perplesso.

Ogni giorno che passa, ascoltando e trovando sul mio cammino persone come Valerio, Francesca, Ambrogio, Fabio, Giuseppe..mi rendo conto di quanto realmente si possa fare per cambiare, nel piccolo, questo mondo incasinato in cui viviamo.

E ogni cambiamento genera confusione. E la confusione un po’ destabilizza e un po’ fa paura, ma è l’unico modo per ripartire, per mettere ordine. Ci sono realmente persone come me, come Gabry (mio marito) che leggono un sacco ed oltre a leggere s’impegnano ogni giorno sul campo. Questo mi riempie di speranza e gratitudine.

“Bisogna guardare sempre gli occhi delle persone”, mi dice Valerio. Ed è vero. Gli occhi dicono tanto, dicono tutto. E gli occhi che sorridono non mentono mai.

Ho capito che la felicità sta nelle piccole cose, non è un regalo. Devi guadagnarla ogni giorno.

Ho capito che vivere integralmente lo spettro delle emozioni è il mio modo per essere davvero la donna che ho sempre desiderato di essere.

Figlia, moglie, madre, giornalista, lavoratrice. Non siamo stanchi di essere infilati in una scatola come dei calzini, di rientrare per forza in una categoria?

Io sono semplicemente Annalisa. Potrei essere qualsiasi cosa, ma voglio essere solo l’emozione che lascio.

Alla prossima storia, sempre qui sul blog “Una mamma per reporter” e su Facebook (@unamammaperreporter).

Stay connected! 🙂

#unamammaperreporter

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